Quante volte, nella vita privata e tanto più nella vita professionale, ci troviamo a dover gestire delle emozioni contrastanti dentro di noi?

Magari un collega che non agisce come vorresti oppure un capo con comportamenti incongrui.

Personalmente so che se dormo poco (carenza di sonno) re-agisco ad ogni evento in modo più nervoso, ovvero, mi irrito facilmente.

Eppure nella divulgazione della conoscenza riuscire a riconoscere questi stati d’animo può fare la grande differenza nello sviluppo della persona.

Anche il nostro “sentirsi sbagliati nel posto giusto” può avere un effetto positivo nella nostra vita SE recepito in modo costruttivo.

Questo articolo vuole discutere di come l’insegnamento emotivo può essere utilizzato come strumento per aiutare gli studenti a comprendere il mondo e per aiutare gli insegnanti a gestire le emozioni.

Esplora anche l’idea che le emozioni non sono solo un modo per gli insegnanti di connettersi con i loro studenti, ma sono anche necessarie per insegnare.

Le emozioni sono parte integrante dell’esperienza umana e possono solo diventare più importanti man mano che la nostra società diventa ancora più frenetica e difficile da capire.

In passato ci veniva insegnato a pensare in modo lineare. Inizieremo con l’idea principale e poi la elaboreremo. Ma ora, alle persone viene insegnato a pensare in un modo più associativo.

Per insegnare questo nuovo modo di pensare, gli insegnanti devono essere in grado di attingere alle loro emozioni e aiutare anche gli studenti a farlo. Gli insegnanti dovranno essere in grado di entrare in empatia con i loro studenti e capire cosa provano per insegnare loro meglio.

Cercare di capire i propri studenti e di poterli guidare verso la strada della maturazione non è un compito semplice. 

Serve capirli, ascoltarli e – al contempo – rendersi autorevoli ai loro occhi, per poter dirigere le loro azioni verso il successo. 

E – soprattutto – non li definisce il fallimento.

Al giorno d’oggi, è facile lasciare che il successo ci definisca. Fin da piccoli ci viene insegnato che se fai tutto bene, avrai successo. Ma che dire di coloro che non hanno le stesse opportunità? E quelli che non hanno lo stesso accesso alle risorse?

Anzi, e se vedessimo il fallimento come una parte necessaria del processo?

Se imparassimo a vedere il fallimento come un’opportunità per imparare e crescere, piuttosto che come un segno che non siamo abbastanza bravi non sarebbe più costruttivo?

Il sistema scolastico è un luogo in cui gli studenti vengono per imparare, ma è anche un luogo che insegna ai nostri figli a cosa aspirare e come avere successo.

È sul “come” che si gioca tutta la partita.

Non è semplice. Sono convinto che chi si cimenta in questa professione ha una vera e propria vocazione. E – come tutte le vocazioni – deve essere però rinvigorita di tanto in tanto.

Il modo in cui vediamo il fallimento deve essere rivalutato.

Non siamo la somma dei nostri errori.

Siamo chiamati ad aiutare tutti e a piantare semi che potrebbero non fiorire mai nella nostra vita, ma avranno una possibilità se li seminiamo. 

Comprendere i desideri e i bisogni degli altri è la chiave per comprendere la loro missione personale e questo bisogno di comprensione dovrebbe far parte del curriculum sia a scuola che a casa.

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